2. Vita di Edith Stein: la Verità che mette in cammino

Edith Stein nacque a Breslavia, nella Slesia allora tedesca, il 12 ottobre 1891 da famiglia ebrea. Quel giorno, secondo il calendario ebraico si festeggiava la festa dello Yom Kippur, una delle massime festività del rito ebraico, ovvero il giorno dell’espiazione. Rimasta orfana del padre all’età di due anni, Stein conobbe presto la durezza della vita. In quegli anni difficili rimase fortemente impressionata dalla forza e tenacia con cui la madre Augusta Courant, donna intelligente, dotata di grande coraggio ed energia oltre che sostenuta da una profonda fede nel Dio di Israele, si sostituì nell’attività commerciale al marito defunto procurando il sostentamento della numerosa famiglia Stein (la quale contava ben undici figli). Fu proprio grazie alla caparbietà ed alla tenacia della madre, davvero un sorprendente esempio biblico di mulier fortis, che Edith e la sorella più piccola Erna poterono iscriversi all’Univesità di Breslavia. Una scelta peraltro davvero inusuale all’epoca per gli esponenti del sesso femminile.

Ben presto Stein, nonostante il fortissimo senso religioso della madre, smise di pregare abbandonandosi ad un tiepido ateismo e lasciandosi dietro di sé la fede ebraica in cui era stata educata ed ogni traccia del senso religioso della famiglia Stein. Scriverà in seguito: «In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare[1]».

Durante gli anni trascorsi presso la facoltà di studi filosofici dell’università di Breslavia (dal 1910 al 1912) Stein, ascoltando dal profondo del suo essere quel richiamo alla Verità che caratterizzerà sempre non solo il suo pensiero ma anche la sua vita, scoprì una prima vocazione filosofica differente, ma non per questo meno significativa, rispetto a quella successiva religiosa. Stein a Breslavia non si occupò solo di filosofia; notevole fu anche il suo interesse per la storia, per la filologia e per la psicologia sperimentale. Fu solo nel 1912 che Stein incontrò la neonata corrente fenomenologica: una svolta radicale in un anno fondamentale per il pensiero dell’autrice, in cui lesse le dense pagine, che lei stessa definirà “illuminanti”, del secondo volume delle Ricerche logiche di Edmund Husserl.

Entusiasta della portata innovatrice delle «ritorno all’oggettivismo»[2] del padre della fenomenologia e delusa dalla psicologia sperimentale, nel 1913 la giovane Edith Stein si trasferì all’Università di Gottinga proprio per assistere alle lezioni di Husserl. E’ indubbio che Stein, prima della conversione al cattolicesimo, considerasse Husserl il suo vero indiscusso maestro; in effetti fu sotto la sua guida che Edith si incamminò per la prima volta lungo l’affascinante percorso della fenomenologia verso la verità come Assoluto, apprendendo quel metodo di indagine oggettiva che intendeva restituire alla filosofia pieno rigore scientifico mettendo “tra parentesi” ogni dato ed influenza soggettivi per un ritorno al mondo oggettivo della realtà, «alla cosa stessa» (Zu Sache selbst).

La passione con cui Stein si dedicò allo studio della prospettiva e del metodo propri della fenomenologia fu notevole e feconda: quella passione, condivisa dalla maggior parte degli allievi del corso, le permise di stringere rapporti di amicizia con i discepoli più assidui di Husserl, nonché con il maestro stesso, cui fece per alcuni anni da assistente.

Sempre a Gottinga Stein conobbe anche Max Scheler che, in quegli anni, teneva una cattedra presso la facoltà. Le lezioni di Scheler, che l’autrice frequentò con interesse, orientarono la sua attenzione verso le questioni riguardanti la fede e “risvegliarono” in lei quel senso religioso dimenticato anni prima e totalmente trascurato. Alcuni anni dopo, a proposito del suo incontro con Scheler da poco tornato tra le braccia della Chiesa cattolica (che più avanti nuovamente abbandonò), Stein si trovò a scrivere queste parole:

 

Traboccava di idee cristiane e sapeva esporle in modo brillante, con forza e persuasione. Per me questa fu la rivelazione di un universo fino ad allora totalmente sconosciuto e, anche se questa rivelazione non riuscì ancora a condurmi alla fede, mi aprì tutto un ambito di fenomeni che non potevo più ignorare […] caddero le barriere del razionalismo cui, senza saperlo, ero stata educata e mi ritrovai d’un tratto di fronte al mondo della fede.[3]

 

Durante gli anni a Gottinga la vita di Edith Stein e di molti altri giovani tedeschi fu scossa dallo scoppiare della guerra mondiale. Nel 1914 la giovane studentessa prestò servizio presso l’esercito tedesco come crocerossina accudendo i degenti del reparto di tifo e prestando servizio presso le sale operatorie. Nel 1917 apprese con dolore la morte del trentacinquenne professore e amico Rudolf Reinach, cui la giovane era molto legata. L’incontro con Anna (la vedova del defunto Reinach) giocò un ruolo decisivo nella maturazione religiosa di Edith Stein: fu in quell’occasione che infatti Stein, apprendendo con suo grande stupore la forza con cui la Grazia in quel momento di dolore sosteneva e accompagnava la vedova, avviò il primo vero passo verso la fede che, anni dopo, la condurrà al carmelo. Scrive Stein:

 

Fu quello il mio primo incontro con la Croce, con quella forza divina che la Croce dà a coloro che la portano. Per la prima volta mi apparve visibilmente la Chiesa, nata dalla Passione del Cristo e vittoriosa sulla morte. In quel momento stesso la mia incredulità cedette, il giudaismo impallidì ai miei occhi, mentre si levava nel mio cuore la luce del Cristo. E’ questa la ragione per cui, nel prendere l’abito di carmelitana, ho voluto aggiungere al mio nome quello della Croce.[4]

.

Addottoratasi nel 1916 con una tesi sull’ empatia animale e avviatasi nel silenzio della preghiera in quel cammino di “rivolgimento” a Dio, Stein tornò ai suoi studi conoscendo peraltro di persona Martin Heidegger e la sua “filosofia dell’esistenza”. Nel 1921 infine la data fatidica della conversione al cattolicesimo: due episodi, entrambi narrati dall’autrice, sembrano aver condotto la Stein a prendere quella decisione. Il primo è legato alla lettura della Vita di Teresa d’Avila [«cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo richiusi, mi dissi: questa è la verità![5]»], il secondo ad un incontro casuale con una popolana nel duomo di Francoforte [«Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto[6]»]. Entrambi i racconti autobiografici mantengono comunque lo stesso “tocco” della Grazia divina.

Fu così che, nel 1922, la filosofa si fece battezzare al fonte battesimale: era il primo di gennaio, il giorno della circoncisione di Gesù. Scriverà posteriormente l’autrice: «Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio[7]». La svolta segnerà per sempre il pensiero di Stein, influenzando fortemente anche i suoi rapporti con la madre, Augusta. Difatti Edith Stein vide per la prima volta sua madre piangere nell’apprendere questa notizia, cedendo al dolore di vedere la figlia incamminata per una strada diversa dalla sua. Una ferita che non si sarebbe più rimarginata: anni dopo, all’ingresso di Stein nel Carmelo, dolore e incomprensione si sarebbero rinnovati e, anzi, persino intensificati.

Dopo il battesimo rimase per sei mesi con la madre accompagnandola al sabato nella sinagoga e circondandola di rispetto e attenzioni. Dopodiché, angustiata dall’ambiente opprimente di Friburgo, si trasferì a Spira nel 1923 presso il convento delle suore domenicane di Santa Maddalena. Lì Stein aspirava già al Carmelo, ma questo passo le fu impedito dai suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre gesuita e filosofo Erich Przywara. Così per otto anni, fino alla Pasqua del 1931, la filosofa assunse un impiego d’insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell’Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprese lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. In questo periodo maturò un autentico e originale spirito religioso:

 

Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione [...] credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi. [...] Io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve “uscire da se stesso”, nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere.[8]

 

Enorme fu il suo programma di lavoro in questi otto anni: tradusse le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann; tradusse e studiò le Quaestiones disputati de veritate e il De ente et essentia di Tommaso d’Aquino; compose il saggio La fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso: tentativo di confronto che sarà il punto di partenza per il successivo Essere finito ed essere eterno. Ma oltre ad incamminarsi lungo i sentieri della filosofia, Stein si esercitò anche nella vita di preghiera con soggiorni prolungati presso l’abbazia benedettina di Beuron, in Baviera, sulle rive del Danubio.

Nella primavera del 1931 Stein si trasferì a Münster dove insegnerà tenendo dei corsi per quasi due anni all’ Istituto tedesco di Pedagogia scientifica fino al 25 febbraio 1933, data di emanazione delle leggi naziste contro i “non-ariani”. Venuti meno gli ostacoli che l’avevano fatta attendere per dodici anni (l’opposizione della madre prima, l’invito del direttore spirituale poi) il 14 ottobre del 1933 Edith Stein fece ingresso al Carmelo di Colonia: al termine del noviziato il 15 aprile 1934 Stein fu vestita dell’abito del Carmelo e prese il nome di Suor Benedetta della Croce. Quattro anni dopo, il 21 aprile 1938, pronunciò i voti perpetui, due anni dopo la morte della madre a Breslavia nel 1936. Fu in questi quattro dalla forte impronta religiosa che dalla penna di Edith nascono alcuni dei suoi capolavori: Il mistero del Natale, La preghiera della Chiesa, Essere finito ed essere eterno e l’incompiuto studio su Giovanni della Croce Scientia Crucis. Scrisse in una lettera del 1941: «Una scientia crucis può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica[9]».

In quegli anni di noviziato, nella pace del convento, i rapporti tra il potere nazista ed gli appartenenti al popolo giudaico si inasprivano sempre più: Stein consapevole di rappresentare un pericolo alla comunità chiese e ottenne nell’Avvento del 1938 il permesso di trasferirsi prima in Olanda, nel Castello di Echt, poi nella neutrale Svizzera, al Carmelo di Pâquier. Ma prima di raggiungere il Carmelo svizzero Stein, assieme alla sorella Rosa, fu arrestata dalla Gestapo il 2 agosto 1942.

Da quel momento le poche testimonianze raccolte fanno supporre che le due sorelle siano state condotte prima al campo di concentramento di Westerbork, presso Hooghalen nel nord dell’Olanda, per essere poi destinate ad Auschwitz dove Suor Benedetta fu notata per «il comportamento pieno di pace, l’atteggiamento calmo[10]» e il suo fare consolatore. Entrambe le sorelle trovarono la morte nelle camere a gas; la Gazzetta Ufficiale olandese datò poi il decesso al 9 agosto 1942.

Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, «una figlia d’Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea[11]».




[1] Tratto dal sito del Vaticano: www.vatican.va

[2]

[3] Cfr. Elisabeth de Miribel, Edith Stein dall’unioversità ai lager di Auschwitz, pagg. 43-44

[4] Ivi, pag. 47

[5] Ivi, pag. 50

[6] Tratto dal sito del Vaticano: www.vatican.va

[7] Ivi

[8] Ivi

[9] E. de Miribel, Edith Stein dall’università al lager di Auschwitz, pag. 207

[10] Ivi, pag. 206

[11] Beatificazione per altro controversa e che suscitò non poche polemiche nelle comunità ebraiche, dal momento che il suo martirio avvenne non in quanto cristiana ma in quanto ebrea e per mano di battezzati cristiano-cattolici.

2. Vita di Edith Stein: la Verità che mette in camminoultima modifica: 2009-10-06T19:54:00+00:00da minopower

Lascia un Commento